La battaglia di Kandahar e la strategia di Obama in Afghanistan

 
 

Scatterà a giugno la massiccia offensiva delle truppe Nato nella provincia afgana di Kandahar, fase successiva all'operazione militare in atto nella vicina Helmand. In una recente intervista il  generale Stanley McChrystal ha spiegato che l'offensiva di giugno si inserisce in un contesto più generale di sforzi militari e politici per garantire la sicurezza nella zona. La nuova offensiva segue l'Operazione Mushtarak, ancora in atto nella provincia di Helmand, che sembra essere riuscita nell'intento di rimuovere l'influenza dei ribelli nella zona e consentire alle autorità locali il controllo del territorio. I talebani, rispondono a questi annunci con attacchi terroristici che recentemente a Kandahar hanno provocato 35 morti, fra cui donne e bambini, definiti un “messaggio di avvertimento” al Generale americano Stanley McChrystal come esplicitato dal portavoce talebano Qari Yusuf Ahmadi che in un recente comunicato diffuso sul sito della resistenza talebana, ha affermato che gli attacchi di Kandahar sono "una reazione all'operazione statunitense che sta per essere organizzata nella provincia di Kandahar, e un atto che prova come i mujaheddin dell'Emirato islamico sono pienamente preparati e pronti a combattere gli americani, la NATO ed i loro alleati". In questa occasione a Kandahar i talebani hanno dimostrato di saper aggirare i meccanismi di sicurezza, portando i propri kamikaze fino davanti gli obiettivi strategici più protetti come  la prigione centrale, commissariati di polizia e residenze di personalità quali il capo della polizia ed il presidente del Consiglio provinciale e il fratello del presidente Ahmad Wali Karzai. Entrambe le operazioni fanno parte della strategia di Washington, una campagna di 12-18 mesi contro i talebani, per la quale verranno inviati altri 30 mila soldati, 20 mila statunitensi e 10 mila dell'alleanza. Kandahar è la capitale del sud, è considerata una roccaforte della ribellione talebani e come Kabul conserva le tradizioni culturali, politiche e tribali dell’Afghanistan, patria della rivolta pasthun e, dopo Helmand la regione afgana che sostiene la coltivazione del papavero da oppio e la produzione di droga. Kandahar è abitata da mezzo milione di persone nelle mani di un governo locale presieduto dal controverso fratello del presidente afgano caratterizzato da una corruzione dilagante che soffoca i residenti e coinvolge buona parte della polizia del luogo molto vicina ai “mediatori del potere locale”. Di notte, molti quartieri passano sotto il diretto controllo dei talebani che malversano le persone che collaborano con il governo anche con omicidi e rapimenti e che dimostrano di sapersi muovere sul territorio che praticamente controllano attraverso la complicità di clan locali. Una situazione che all’atto della battaglia potrebbe agevolare come anche confermato da recenti dichiarazioni di un comandante talebano che, con lo pseudonimo di Mubeen,  spiega che se la pressione militare dovesse diventare troppo forte, “i Talebani abbandoneranno Kandahar e ritorneranno dopo”, attuando tattiche tipiche della resistenza afgana ed ereditate durante la resistenza ai sovietici. Quasi una fotocopia di quanto avvenuto in Iraq subito dopo l’entrata degli americana, quando la Guardia Repubblicana di Saddam si nebulizzò per poi rientrare in combattimento con azioni di guerriglia mirate.  Una tattica nella quale Mubeen crede fortemente confidando nel sostegno dei 500mila abitanti di Kandahar che, come i talebani, sono in maggioranza Pashtun, la comunità più numerosa in Afghanistan e sostenuta dai cugini Signori della Guerra residenti nelle Aree Tribali pakistane. E’ certo che la resistenza talebana a difesa di Kandahar sarà coordinata sotto la regia strategica del Mullah Mohammad Omar, che guida il Consiglio (Shura)  ed al quale Mubeen è molto legato fin dai tempi dei combattimenti del 1996 per la conquista di Kabul ed a favore del quale ha svolto un determinante ruolo logistico nel 2001 trasferendo gli armamenti fuori dalla città di Kandahar. Minacce che sembrano essere prese in seria considerazione dal generale Stanley McChrystal Comandante del Contingente della NATO in Afghanistan  quando ripete che per Kandahar non potranno essere previsti né "D-Day" nè "H-Hour".  A Kandahar, a differenza di Marjah, le operazioni militari potrebbero non essere esaustive senza essere accompagnate da un incisivo contrasto alla corruzione ed alla connivenza di parte della popolazione con i trafficanti di droga, confermando che  “in Afghanistan è meglio non gioire troppo in anticipo”. Non bisogna dimenticare, infatti, che la guerriglia talebana è pronta a confondersi nella folla, a sparire per poi riemergere e colpire quando meno te lo l’aspetti come ormai avviene da 8 anni né non ricordare che in termini percentuali ed in rapporto con la vastità del paese il numero delle truppe  è minore a quelle che sono state impiegate nella guerra in Bosnia, peraltro con molti alleati degli USA vincolati a regole molto limitative. Di questo passo, quindi,  ci vorrà molto tempo per schiacciare il nemico senza correre il rischio di incappare in  “danni collaterali” che potrebbero coinvolgere la popolazione civile rendendo ancora più difficile l’isolamento dei ribelli. Nel saggio “Descent into Chaos: The United States and the Failure of Nation Building in Pakistan, Afghanistan and Central Asia”, il giornalista pakistano Ahmed Rashid ha raccontato quanto era barbaro il regno talebano, giustificando la guerra del 2001 che però ha disatteso il concetto primario di  “Nation -building” proponendosi come una “opportunità perduta” e, come sostiene Rashid, favorendo la “dittatura” nucleare pakistana sempre più collusa con i Talebani, il consolidamento dei Signori della Guerra nel governo dell’Afghanistan, l’aumento esponenziale degli incassi del narcotraffico che sono esplosi ed hanno rivitalizzato il terrorismo e il fondamentalismo religioso. Un’analisi che unita alle minacce di  Mubeen peraltro già riscontrate dai recenti attentati,  dovrebbe suggerire cautela nel prevedere che le operazioni militari a Helmand ed a Kandahar sono destinate a segnare la definitiva sconfitta dei Talebani senza prevedere di accompagnare il successo militare con un’attenta azione di ricostruzione della società civile in particolare orientata a stroncare definitivamente la corruzione ed il commercio della droga. E’, quindi, auspicabile che lo staff di Stanley McChrystal nel pianificare la battaglia di Kandahar si impegni anche ad organizzare un “dopo Kandahar” in modo che possano essere rispettate le date del ritiro delle forze militari straniere. Se non saranno garantire queste condizioni ed il governo Karzai cadesse sotto il peso degli scandali e della corruzione e se riemergessero l’animo tribale degli afgani e le logiche di tipo etnico e religioso, allora “la strategia di uscita” ipotizzata da Obama potrebbe complicarsi e avviarsi al fallimento e proponendo solo le condizioni per una onorevole ritirata.