La nuova bomba dei Talebani

 

 
 

Dopo la prima notizia del  6 febbraio diramata dall’ANSA sulla “bomba Omar”,  sembra che un nuovo ordigno per attacchi terroristici sia a disposizione dei Talebani. Ad oggi,  nessuna ipotesi significativa si è aggiunta sulla possibile tipologia di questo nuovo IED (Improvised Explosive Device)  che si afferma abbia superato tutti i test contro le contromisure adottate dalla Coalizione militare della NATO in Afganistan per fronteggiare la minaccia specifica.  Un comunicato scarno quello del portavoce dei Talebani, ma che induce a formulare ipotesi che potrebbero avere una certa  valenza se lette nel quadro delle recenti iniziative del Presidente Karzai. Colpisce, infatti, la coincidenza di come l’annuncio sia stato fatto  in concomitanza dei primi lavori di un possibile tavolo di pace che dopo anni il 23 e 24 gennaio ha riunito alle Maldive alcuni rappresentanti dei Talebani e Ministri del Governo di Kabul  e segua il provvedimento che ha proibito in Afghanistan  l’utilizzazione anche per scopi civili del nitrato di ammonio in quanto ritenuto componente importante per la costruzione artigianale di IED. Forse un duplice messaggio: il Mullah Omar non ha alcuna intenzione di trattare almeno sulla base degli attuali presupposti e garanzie proposte da Karzai e gli insorti talebani che informano il Governo di Kabul di disporre di ben altri IED  rispetto a quelli realizzabili  con cariche esplosive artigianali. L’esperto portavoce talebano ha riferito anche,   "ora abbiamo a disposizione una bomba attivabile a distanza denominata Omar che è anche più potente delle precedenti". Un ordigno "che è di più difficile localizzazione. L'abbiamo provata, ed i risultati sono stati positivi. Inoltre, l'abbiamo utilizzata con successo in varie parti del paese contro veicoli speciali rilevatori di mine. E’ caratterizzata da  semplice tecnologia di fabbricazione, tale che il materiale di rilevamento nemico non può localizzare". Affermazioni importanti ed anche preoccupanti, possibili sul piano teorico  ma poco coerenti con la dichiarata “bassa tecnologia”. Qualsiasi IED (Improvised Explosive Device) attivabile a distanza ed in grado di sfuggire all’azione dei dispositivi in dotazione alle truppe NATO, gli  jammers, “inibitori” o “neutralizzatori” di radiocomandi (RC-IED, Remote Control IED), non può essere, infatti,  semplice tecnologicamente parlando. In Afghanistan, inoltre, oggi non si dispone ancora  di risorse tecnologiche che consentano di realizzare dispositivi elettronici sofisticati o anche solo meccanismi di precisione. La dichiarata scarsa possibilità che i “moderni veicoli rilevatori di mine” riescano ad individuare l’ordigno lascia, invece, pensare che forse i terroristi hanno rispolverato vecchie tecniche di guerriglia. L’utilizzazione integrata di vari congegni comprese le mine di vecchia memoria con funzioni di attivatore anche a  distanza dello IED, materiali che sicuramente non mancano in Afghanistan, moltissime anche di plastica, non facilmente individuabili dalla strumentazione di ricerca. Tecniche ricorrenti in Afghanistan fin dalla resistenza dei mujaheddin contro l’invasore sovietico ed  ancora oggi  non abbandonate come potuto riscontrare nel febbraio del 2002 nei pressi di  Kabul. Sicuramente i Talebani potrebbero avere adeguato sistemi e procedure per superare l’efficacia dei moderni jammers ma non da soli, piuttosto quasi sicuramente con il supporto di risorse tecnologiche e di pensiero di esperti militari e civili non afgani che stanno coniugando la loro expertise terroristica con quella dei vecchi combattenti mujaheddin.  

8 febbraio 2010