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E’ iniziata l’era
della rincorsa fra i sistemi per individuare gli ordigni
improvvisati (Improvised Explosive Device - IED) e quella del
terrorista che acquisisce la sua inventiva per realizzare qualcosa
in grado di non essere detettato. Un po’ come avvenne in campo
militare in particolare negli anni settanta con la rincorsa fra lo
spessore della corazzatura dei carri armati da combattimento e le
armi contro carro.
Un’improvvisa accelerazione dopo un periodo di stasi durante il
quale sembrava che il contrasto al terrorismo internazionale non
fosse poi più imperativo. Una corsa che appena iniziata, sembra
destinata a fermarsi immediatamente come se la soluzione fosse
qualcosa di annunciato, il body scanner i cui progetti e prototipi
giacevano impolverati in qualche magazzino di ditte specializzate
nel settore. Gli eventi dimostrano che abbassare l’attenzione in
materia di terrorismo è molto pericoloso, ma altrettanto pericoloso
è prendere decisioni affrettate, peraltro indotte da un evento
rilevante e sulla scia di una spinta emotiva dell’opinione pubblica
e dichiarando la volontà di adottare provvedimenti che il terrorista
conosce e che probabilmente è già pronto ad aggirare.
Una soluzione peraltro invasiva almeno in termini della possibile
incidenza che può avere sulla privacy dell’individuo e sui possibili
danni da radiazione elettromagnetica provocate da sistemi di questo
tipo, tutti da verificare se è vero che anche l’uso protratto di un
telefono cellulare può essere pericoloso. Sistemi che potrebbe anche
indurre un effetto devastante sulla gestione delle stazioni
aeroportuali e sul traffico aereo, peraltro con risultati modesti,
tenendo conto che l’incognita di un possibile IED non è determinata
principalmente dalla sola carica esplosiva, imponendo quindi di
individuare con certezza la presenza di pentrite piuttosto che di
esplosivo plastico, problema comunque risolvibile con l’utilizzo dei
semplici “sniffatori elettronici”.
Troppo spesso, infatti, si dimentica che qualsiasi IED per essere
tale e per ottenere lo scopo che qualsiasi attentato terroristico si
prefigge, non deve essere necessariamente caratterizzato da un
esplosivo. Il risultato può essere raggiunto, specie a bordo di un
aereo, con l’utilizzazione di altro materiale che potrebbe passare
inosservato anche al body scanner. Sostanze anche consentite come,
ad esempio, acetone, medicinali, cosmetici di vario genere e quanto
altro disponibile sul libero commercio, che opportunamente trattato
una volta attivato con un appropriato innesco può provocare reazioni
chimiche con effetti molto vicini a quelli degli esplosivi. Per non
parlare poi di IED privi di esplosivo ma realizzati ricorrendo a
sostanze altamente letali come inquinanti biologici, chimici o
nucleari, le così dette “bombe sporche”.
Fondamentale, però, a prescindere da quali sostanze rappresentino la
carica dello IED, è il sistema di attivazione, primo fra tutti
l’innesco che deve provocare il funzionamento della carica,
dispositivi non sempre semplici, generalmente asserviti a sorgenti
di energia di una certa potenza. Detonatori in caso di cariche
esplosive o di sostanze assimilabili ad esplosivi, sistemi di
accensione pirici, chimici o sistemi elettromeccanici nel caso di
altri tipi di IED. Dispositivi nella quasi totalità collegati a
batterie facilmente trasportabili e quindi necessariamente inserite
in circuiti elettronici in grado da potenziarne la carica elettrica
generata. Apparecchiature occultabili fra i dispositivi elettronici
che ormai caratterizzano il bagaglio di qualsiasi viaggiatore, ma
pur sempre facilmente discriminabili utilizzando appropriate
strumentazioni di ricerca elettronica spesso utilizzate anche per le
bonifiche ambientali.
Limitarsi quindi ai soli body scanner almeno nella versione che
sembra oggi disponibile, potrebbe non rappresentare la soluzione
decisiva; anzi in particolari situazioni di sovraffollamento
all’atto dei controlli i macchinari potrebbero avere effetti
forviante per gli addetti ai controlli di sicurezza che si
affidassero solo alla risposta di questi sistemi che, invece,
dovrebbero aiutare per sostituirsi - a ragion veduta - a quella che
un tempo era la perquisizione corporale in caso di sospetto
conclamato. Peraltro sicuramente “l’intelligenza terroristica” in
continua evoluzione di pari passo con la crescita tecnologica nello
specifico settore delle contromisure si sta già esercitando per
aggirarne l’efficacia.
Definire, quindi, “risolutore” questo a qualsiasi altro sistema
utilizzato per affrontare la minaccia terroristica è azzardato,
mentre invece è auspicabile che ci si orienti a progettare ed
amministrare strutture di vigilanza integrate che consentano di
gestire i controlli con criteri discriminanti, partendo da quello
che chiameremo il riconoscimento individuale realizzato attraverso
la gestione di una banca dati in cui siano depositate le impronte
biologiche (ad esempio l’iride) di tutti coloro che posseggono un
passaporto, di chi abbia subito una condanna per motivi
riconducibili al terrorismo e di chi sia inscritto nelle black list
dei servizi di informazione mondiali. Attraverso un setacciamento in
successione solo poche unità dovrebbero essere, poi, oggetto di
screening successivo attraverso body scanner od altri strumenti
sofisticati.
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