COOPERAZIONE CIVILE E MILITARE

NELLA BONIFICA UMANITARIA

 

- Gen. Brig. /ris) dott. Fernando TERMENTINI -

mail@fernandotermentini.it - fernando.termentini@poste.it

 
 
 
 
 

Fernando TERMENTINI ha pubblicato una ricerca di proprietà del CEMISS che è stata pubblicata e dove viene affrontato il problema delle Cooperazione Civile e Militare nell'ambito della Bonifica Umanitaria.

Nella ricerca si arriva ad ipotizzare un Centro di Formazione / Gestione da cui far partire la COCIM non limitata solo al settore della bonifica ma estesa - NEL RISPETTO ASSOLUTO DEI RUOLI E DELLE ATTRIBUZIONI DEGLI ATTORI - anche ad altri settori della Cooperazione in operazioni di Peace Keeping sotto egida delle Nazioni Unite.

Un Centro che dovrebbe vedere coinvolti tutti gli attori istituzionali e non interessati ai problemi di Cooperazione internazionale, come le Università, i Centri di Ricerca privati e pubblici, i dicasteri e le Organizzazioni Non Governative.

Di seguito si riporta il sommario dello studio lasciando ai contatti diretti eventuali approfondimenti.

 

SOMMARIO

 Il concetto di Cooperazione Civile e Militare (COCIM) ha solo recentemente assunto una connotazione definita, seppure ancora in evoluzione.  Le attività di COCIM fanno comunque riferimento ad una precisa normativa legislativa da tempo in vigore, quale  :

 ·        Legge 225/92 “Istituzione del Servizio Nazionale di Protezione Civile”

·        Legge 382/78 “Norme di principio sulla Disciplina Militare” ;

·        Decreto Legge 112/90 “Regolamento concernente l’attuazione e l’organizzazione del Dipartimento della Protezione Civile nell’ambito della Presidenza del Consiglio dei Ministri” ;

·        Decreto Legge 464/97 che riguarda la riforma strutturale delle Forze Armate ;

·        Decreto Legge n. 112/98 che delega alle Regioni ed agli Enti Locali funzioni e compiti amministrativi propri dello Stato ;

·        Decreto Legge 300/98 che istituisce una Agenzia di Protezione Civile sotto l’Alta vigilanza del Ministero dell’Interno, con il compito di garantire l’intervento per il soccorso della vita umana compromessa da eventi eccezionali  . 

 

I contenuti della normativa portano a definire la Cooperazione Civile e Militare (COCIM) come  l’insieme delle attività che responsabili militari e civili svolgono congiuntamente per  individuare soluzioni, provvedimenti e mezzi necessari per conseguire, all’emergenza, uno scopo comune . Nel tempo il concetto di COCIM è evoluto entrando a far parte delle attività  svolte durante gli interventi di Pace fuori del territorio nazionale. Una cooperazione che coinvolge, dunque, rappresentanti istituzionali militari e civili ed operatori del mondo Non Governativo.  Una componente fondamentale  per assicurare un’immediata  Difesa Civile del Paese e per raggiungere gli obiettivi fissati in caso di interventi internazionali decisi dalle Nazioni Unite per garantire o ripristinare la pace compromessa da eventi bellici e per prevenire possibili guerre future. Un complesso di attività fondamentali per creare le basi della ripresa economica e sociale di una Nazione Ospite che esce da un periodo bellico.

In queste circostanze  le Forze  Militari di interposizione impegnate fuori del territorio nazionale in Operazioni di “Peace Keeping” o di “Peace Bulding”, hanno generalmente il mandato di rendere esecutive le Risoluzioni dell’Assemblea Generale o del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, decise  per garantire i diritti umani alle minoranze costrette a subire le conseguenze di uno scontro armato e per favorire la rinascita di un Paese emergente da un periodo bellico. Motivazioni pressoché analoghe sono alla base delle iniziative del mondo del Volontariato che molto spesso precedono anche le Forze Militari, senza attendere le decisioni delle Nazioni Unite e con scelte proprie motivate da approcci ideali piuttosto che politici. Questi due attori, una volta in area di contingenza, sono destinati a lavorare fianco a fianco per garantire i necessari aiuti umanitari e per favorire la fase di ricostruzione e ripresa economica. Azioni concorrenti seppur sviluppate con approcci molto spesso apparentemente diversi . Da un lato le Forze Militari che rappresentano volontà politiche internazionali e nazionali, dall’altro le Organizzazioni Non Governative (ONG) impegnate a concretizzare motivazioni “oltre lo Stato” , generalmente fondate su spinte ideali con l’unico scopo di garantire i diritti umani e di aiutare la popolazione civile ad uscire dall’indigenza provocata dalla guerra .

Concettualmente, quindi, non coincidenti le ragioni che hanno determinato  l’intervento,  ma sicuramente coincidenti nel contenuto gli obiettivi da perseguire . Qualsiasi Forza Militare chiamata in Operazioni di Peace Keeping, oltre ad essere  forza di interposizione fra i belligeranti appena rappacificati, concorre fin dal primo momento alla ricostruzione, alla riabilitazione delle realtà sociali locali e garantisce in ogni caso la possibilità di flusso degli aiuti umanitari portati dalle ONG o dalle Agenzie delle Nazioni Unite. Lo scopo che i Volontari civili si prefiggono di fatto è analogo nei contenuti : individuare le esigenze, avviare programmi di ricostruzione, rendere possibile ogni riconciliazione sociale e distribuire gli aiuti. Il gap, quindi,  che differenzia ed allontana  le motivazioni del mondo del Volontariato e quello Militare è di fatto formale e nel tempo, peraltro, si è  attenuato. Un Gap non sostanziale se si guarda a come l’aiuto umanitario è regolato e finanziato . Infatti, le Agenzie delle Nazioni Unite (UNHCR; OCHA, ecc.) deputate a valutare i possibili progetti di emergenza e sviluppo, indirizzandoli verso priorità ben definite, di fatto concretizzano “politiche” centralizzate che all’atto della concessione del finanziamento e durante lo sviluppo del progetto costituiscono linee guida che devono essere seguite dagli operatori delle ONG . Se differenza, quindi, esiste essa è imputabile solo alla diversa cultura che contraddistingue i protagonisti dell’intervento umanitario. Forbice che può essere drasticamente ridotta se non eliminata, prevedendo una costante cooperazione sul campo che rappresenti una logica continuità di quanto svolto prima dell’emergenza in attività comuni sviluppate in appropriate sedi : (Centri di formazione, Università, programmi di simulazione, ecc.)..

Fra i possibili settori di intervento che vengono affrontati in occasione di un intervento di “ Peace Keeping / Building”, uno dei più importanti è quello che investe il recupero ambientale in senso lato e la ricostruzione di quanto è stato distrutto durante la guerra.

Tutto questo può essere sintetizzato in un unico concetto: Bonifica Umanitaria.

Prevedere, infatti, a monte di qualsiasi iniziativa di ricostruzione e di riabilitazione qualcosa che consenta la sicura utilizzazione del territorio, rappresenta un atto essenziale e vincolante per qualsiasi altra iniziativa. A tale riguardo, in qualsiasi intervento post – bellico in cui l’intervento umanitario si accompagna a quello militare di interposizione e stabilizzazione, il primo impegno è quello di individuare e distruggere le mine e degli Ordigni Bellici non esplosi (UXOs) che nel tempo potrebbero provocare vittime e “portatori di handicap”.

Una vera e propria tutela ambientale che deve precedere qualsiasi altra iniziativa che altrimenti sarebbe ritardata e spesso annullata.

Ad oggi,  le Forze Armate di qualsiasi Paese, a meno di interventi sporadici e voluti per l’iniziativa dei singoli, non possono occuparsi di bonifica umanitaria del territorio della Nazione Ospite pur di fronte ad un problema ambientale derivato dalla presenza di strumenti bellici . Lo fanno invece le ONG e, talvolta, Ditte Commerciali, specializzate nel settore, quasi sempre al di fuori delle attività di COCIM per motivi normativi e contingenti che, invece, andrebbero rivisti anche tenendo conto dei disposti di legge vigenti . Ad esempio, infatti,  in Italia il Decreto Legge n. 464/97  prevede l’impegno dell’apparato militare nella tutela ambientale, ossia in tutto ciò che viene concretizzato per eliminare la presenza di agenti “inquinanti” e pericolosi per la comunità civile, ma non specifica né affronta il problema se queste attribuzioni possono intendersi operative anche in occasioni di interventi di Peace Keeping . Forse una rilettura del contenuto normativo ed un suo approfondimento potrebbe, invece, rendere possibile una forma di collaborazione nell’ambito del COCIM alla stessa stregua di altre attività già a regime e ricorrendo a mezzi simili che prevedano formazione, cooperazione ed attività congiunte prima dell’emergenza ed inquadrate in iniziative che potrebbero a pieno titolo ricadere nella categoria della Difesa Civile .

Per affrontare ed eliminare per scopi umanitari le mine e gli UXOs che inquinano un territorio è necessario disporre di specialisti ad alta caratterizzazione professionale . Personale preparato per pregressa esperienza ad affrontare tecnicamente l’ordigno e nello stesso tempo guidato nell’approccio da criteri umanitari che tengano conto dell’impatto sociale provocato da questi oggetti. Professionisti che si impegnino a soddisfare le aspettative della popolazione a favore della quale l’intervento è rivolto . Una sinergia di queste professionalità potrebbe risultare risolutiva per l’affidabilità degli interventi e con un positivo rapporto di costo / efficacia. Uno sforzo congiunto che per essere efficace deve essere condiviso attraverso atti formativi finalizzati che consentano il travaso di esperienze e professionalità. Peraltro, non affrontare il problema specifico potrebbe vanificare ogni iniziativa -  istituzionale e non – sviluppata per ristabilire condizioni sociali essenziali per una convivenza pacifica e per prevenire eventuali conflitti. Non eliminare, infatti, UXOs e mine che esplodendo anche dopo decine di anni dalla fine della guerra uccidono ed inabilitano i civili vanifica volontà di ricostruzione e riabilitazione di un Paese e penalizza ogni iniziativa di “ricostruzione della pace e prevenzione dei conflitti”,  in quanto provoca “vittime permanenti” pronte a riprendere le armi per riscattare l’offesa subita .

La bonifica umanitaria rappresenta, quindi,  uno degli atti fondamentali e peculiari per il recupero di un territorio che emerge da un periodo bellico o che vive instabilità interna conseguente ad anni di atti di guerra. Non affrontarla rende inutili gli scopi essenziali di ogni intervento umanitario e di ogni operazione di Peace Keeping. In questo contesto, non ottimizzare le risorse umane è un grave errore. Trasferire, invece, motivazioni e professionalità fra il mondo militare e quello del Volontariato Civile potrebbe risultare un atto risolutore.

Non prevedere, però, la comunanza di queste sinergie prima dell’emergenza potrebbe rendere impossibile sul campo il raggiungimento degli obiettivi e vanificare ogni possibile forma di collaborazione fra entità concettualmente diverse come le Organizzazioni Non Governative e le Forze Militari.

Un problema di non facile soluzione, però, come si cercherà di dimostrare nel proseguo del presente studio, ma che, non per questo, non si deve cercare di risolvere per rendere possibile, quanto meno, l’esportazione della “cultura” italiana nel settore specifico a totale beneficio della Comunità Internazionale.

Un atto possibile e concreto se si persegua un’attività di COCIM in area che coinvolga la professionalità militare, quella degli operatori delle ONG e le Autorità della Nazione Ospite (Host Nation). Cedere un Ospedale Militare da Campo o realizzarne uno con finanziamenti internazionali in un’area  dove ancora ogni giorno la gente viene ferita od uccisa per lo scoppio di una mina o di una Cluster Bomb è sicuramente un atto meritorio. E’, però, privo di contenuti oggettivi se parallelamente non si cerca di ridurre il numero di coloro che feriti dall’esplosione di un UXOs dovranno ricorrervi per le cure del caso.

Il problema, infatti, non è destinato ad esaurirsi solo con gli interventi “ di prima urgenza”, ma è destinato a ripresentarsi in futuro, anche dopo molto anni. E’ essenziale, quindi, che l’impegno degli attori principali non sia limitato alla sola ricerca e distruzione degli ordigni, ma sia sviluppato – anche e soprattutto – per garantire una “cessione di professionalità” alle comunità locali.

Restituire, infatti,  ad una  società rurale e pastorale una “vittima da esplosione” curata e recuperata ma amputata, rappresenta un atto rilevante dal punto di vista umanitario ma destinato ad ingigantire i problemi sociali che la comunità stessa deve giornalmente affrontare.

Collaborando nella bonifica, tutto questo se non eliminato potrebbe almeno essere ridotto .

Chi dunque è in grado di approcciare il problema deve affrontarlo cooperando avulso da qualsiasi condizionamento o preconcetto di natura ideale e  motivato unicamente  da un comune senso sociale ed umanitario.

Si può quindi affermare che nessun altro settore come quello della bonifica umanitaria necessita di una stretta collaborazione fra coloro che detengono professionalità specifica e chi agisce per motivazioni personali con uno scambio continuo di informazioni ed un travaso altrettanto costante di esperienza. Uno scambio di “culture” essenziale per il raggiungimento dei risultati e  destinato a consentire l’arricchimento degli attori principali sul piano etico e professionale .

Qualora ciò avvenisse sicuramente lo specialista militare che è maturato anche sotto il profilo umanitario è destinato nell’Organizzazione di appartenenza ad affrontare nuove realtà con maggiore efficacia e con diverso spirito motivazionale. Alla stessa stregua di un professionista che  opera in un Ospedale, il quale, ottimo chirurgo, quasi sicuramente  affronterà in modo diverso un intervento di chirurgia se nell’applicare le sue conoscenze tecniche terrà conto di motivazioni umane e saprà cogliere le aspettative del paziente che gli è stato affidato .

Una concreta attività  di COCIM che sviluppi tematiche già affrontate fuori dell’emergenza è forse l’unica condizione perché sul campo si possa disporre di personale delle Organizzazioni Non Governative tecnicamente preparato nel settore specifico e di personale militare altrettanto pronto per affrontare gli impegni umanitari che fanno parte integrante delle operazioni di Peace Keeping.

Solo se la professionalità militare interagirà con quella civile, come già peraltro avviene in molte Nazioni e comunque a livello degli Organismi Internazionali delle Nazioni Unite che coordinano e controllano le attività di bonifica umanitaria, si potrà sperare che uno degli impegni sottoscritti  ad OTTAWA potrà essere adempiuto con un elevato rapporto di costo / efficacia.

In un ottica futura di globalizzazione perché le minoranze siano favorite al meglio è, infatti,  necessario superare gli ostacoli culturali che fino ad ora hanno proposto come insuperabile la forbice  che separa le Organizzazioni Civili di Volontariato da coloro che, invece,  hanno  deciso di rendersi utili alla comunità vestendo l’uniforme militare. Aspetto essenziale in tutte le circostanze e fondamentale in un settore come la bonifica umanitaria dove il livello di  preparazione tecnica rappresenta l’unica condizione per garantire efficacia e sicurezza durante gli interventi.

Partendo da queste premesse lo studio in argomento si prefigge, dunque,  lo scopo di presentare  il problema della bonifica  umanitaria nella sua globalità cercando di individuare i punti di incontro con “l’expertise militare” e cercando di individuare ogni possibile forma di Cooperazione Civile e Militare che possa favorire il raggiungimento degli obiettivi e costituire un momento di crescita delle due realtà . In settori come quello della bonifica umanitaria in cui tecnica specifica ed approccio sociale al problema devono essere coniugati non si può prescindere, infatti,  da atti che prevedano una maturazione delle professionalità consolidata nel tempo attraverso una continua e concreta forma di cooperazione concettuale ed operativa, costruita fin dal tempo di Pace .

Un problema forse di non facile soluzione in particolare per i vincoli legislativi in vigore,  ma che l’Italia deve impegnarsi a risolvere se vuole confermare  il suo ruolo internazionale sottoscritto con la legge nazionale sulla messa a bando  delle mine anti persona (n. 374 dell’ottobre del . 1997) e con le iniziative prese dalla Campagna Italiana per la messa a bando delle mine che hanno portato alla sottoscrizione e ratifica del Trattato di OTTAWA. Un’Italia che nel recente dopoguerra nei Balcani ha sostenuto e sostiene un elevato onere per consentire la ricostruzione materiale e sociale nei Paesi dell’ex Yugoslavia con le sue Forze Militari e con le sue ONG impegnate in tutti i settori dell’aiuto umanitario,  non ultimo quello della bonifica delle mine e delle Cluster Bombs.

Nella parte a seguire del presente studio si cercherà, quindi, di individuare quali siano gli aspetti che maggiormente andrebbero approfonditi e le possibili soluzioni che potrebbero dare vita ad un Cooperazione Civile e Militare per la bonifica umanitaria, che attivata fin dal tempo di pace coinvolga attori militari, civili delle ONG e funzionari dei diversi Dicasteri, per organizzare un dispositivo nazionale in grado di agire efficacemente a favore di coloro che vedono compromessa la loro incolumità ed i loro diritti civili e, nello stesso tempo, a disposizione della Nazione per una concreta Difesa Civile anche in questo settore

 

 

   

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