E MINE E GLI ORDIGNI BELLICI NON ESPLOSI (ERW),

PERICOLO PERMANENTE E VINCOLO PREMINENTE PER QUALSIASI INIZIATIVA DI RILANCIO DELLE ECONOMIE LOCALI

 

- Fernando Termentini -

  

mail@fernandotermentini.it - fernando.termentini@poste.it

 

La bonifica dei territori

La Convenzione di Ottawa sulla proibizione della costruzione, uso e commercializzazione di mine anti uomo, sembrava aver messo fine al problema degli ordigni inesplosi lasciati dalla guerra sul terreno che rappresentavano una minaccia latente per la popolazione anche dopo anni dalla fine del conflitto.

Dopo il Trattato, però, il mondo è stato teatro di una serie continua di nuovi conflitti su vasta scala e con il coinvolgimento anche di importanti forze militari, episodi che hanno subito un’accelerazione dopo l’11 settembre con un’evoluzione sostanziale sul piano globale.

Questo ha comportato un incremento del pericolo specifico, che nel frattempo la comunità stava tentando di affrontare, distogliendo risorse economiche e professionali dalle aree del mondo inquinate e che di fatto avevano spinto a sottoscrivere “Ottawa” per dedicarle alle nuove situazioni di rischio che le guerre moderne avevano indotto.

In questo contesto ci si è accorti che non solo le mine potevano rappresentare un freno allo sviluppo, un vincolo alla ripresa economica e sociale di un Paese emergente da un periodo bellico, piuttosto tutti gli ordigni bellici ce rimanevano non esplosi sul suolo. Mine, munizionamento di vario calibro, razzi, missili e bombe a grappolo. Un insieme di ordigni micidiali destinati ad uccidere dopo anni dalla fine del conflitto ed a vincolare qualsiasi attività di costruzione e ricostruzione (Explosives Remants of the War - ERW).

I Balcani, l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano ed ora la Palestina confermano la necessità che l’attenzione internazionale debba concentrarsi sul problema sollecitando gli Stati affinché garantiscano le necessarie risorse economiche perché possa essere incrementato l’impegno solidale di chi nel tempo si è dedicato ad attuar interventi per eliminare il pericolo o, quanto meno, a ridurne gli effetti.   


 

Con le mine non c’è sviluppo

Agli inizi del Ventesimo secolo, il novanta per cento delle vittime di guerra era composto da soldati. Centoanni dopo, questa percentuale risulta ribaltata; ora, a morire, sono per il novanta per cento persone che con la guerra non hanno niente a che fare. E anche a guerra finita, sono ancora le popolazioni civili che per anni continuano ad essere colpite dallo scoppio delle mine e di altri ordigni esplosivi.

L’evoluzione delle guerre moderne ha, inoltre, evidenziato un altro problema oltre alle mine, quello dell’utilizzazione delle bombe a grappolo di cui una larga percentuale non esplode all’atto dell’impiego e rimane attiva sul suolo innescando un pericolo forse superiore a quello delle mine..

Un impegno sociale di grande contenuto in quanto  “Senza piena pace non si può parlare di sviluppo” e la presenza sui territori di mine, bombe a grappolo ed ERW in generale oltre a rappresentare un continuo pericolo per l'integrità fisica personale, impedisce le colture agricole, ritarda la reintegrazione dei rifugiati e degli sfollati alla fine dei conflitti, limita la libera circolazione delle persone, ostacola qualsiasi iniziativa per l’utilizzazione di risorse naturali.

 

In Paesi come l’Iraq, l’Iran ai confini con l’Iraq, l’Afghanistan, l’Angola, cercare di avviare attività estrattive di minerali, di petrolio e quanto altro di simile, è fortemente limitato dal possibile pericolo indotto dalla presenza di ordigni bellici non esplosi e di mine, che ostacolano le operazioni di scavo ma anche le semplici attività di rilevamento topografico, apertura di strade e di cave in generale. In sintesi, rallentano e rendono assolutamente pericolosa qualsiasi attività finalizzata alla ripresa di ogni settore dell'economia e di una società che emerge da un periodo bellico.

 

Peraltro la presenza di questo materiale abbandonato sul territorio, praticamente a disposizione di qualsiasi malintenzionato che voglia appropriarsene, rappresentata un potenziale elemento anche per la realizzazione di possibili attacchi terroristici di vasta portata e risonanza. Caricando infatti un semplice pickup con munizionamento pesante di artiglieria non esploso e ricorrendo a piccoli accorgimenti realizzativi è possibile realizzare un’autobomba con effetti devastanti.

 

Alla stessa stregua scavare in un terreno dove è passata una battaglia, per realizzare costruzioni, opere d’arte o solo per avviare la captazione di risorse naturali diventa pericoloso ed estremamente difficile.

 

Il pericolo deve quindi essere affrontato, circoscritto e se del caso eliminato. Se gli ERW non vengono immediatamente elimini o le aree pericolose  circoscritte,. n si può parlare di  processo di sviluppo. E’, infatti essenziale, prevedere misure di sicurezza nello specifico con interventi mirati di bonifica articolati nei vari settori che contraddistinguono l’attività specifica, come : la Survey, il controllo e la marcatura del territorio, interventi di “pulizia” veri e propri su aree circoscritte e con criteri di modularità temporale e superficiale.

 

Il pericolo delle  mine e degli ERW

Uno degli ordigni che maggiormente può preoccupare è la mina quasi sempre presente proprio nelle aree che oggi e nell’immediato futuro possono e potranno rappresentare un interesse per chi intenda procedere alla captazione delle risorse naturali che detengono. Petrolio, gas naturale, minerali quali il rame, l’alluminio e lo stesso uranio nella quasi totalità dei casi oggi sono conservati in zone dove è difficile arrivare perché hanno ospitato un confronto armato in cui sono state utilizzate mine.

 

Solo per citarne alcune a mero titolo di esempio, le aree in territorio iraniano a nord - ovest del confine con l’Iraq, geologicamente ricche di petrolio ma difficilmente accessibili in quanto ancor cosparse da mine e da ERW risalenti alla guerra decennale fra i due Paesi.

 

Situazione analoga nelle aree a sud est dell’Iraq sempre al confine con l’Iran, o nelle zone centrali del Paese od ancora a sud verso il Kuwait dove agli ERW che risalgono ai precedenti trascorsi bellici che hanno visto protagonista l’Iraq di Saddam si aggiungono gli ordigni inesplosi lasciati sul terreno durante l’ultima guerra dell’inizio del secolo.

 

L’Afghanistan, forse ricco di gas naturale ma il cui territorio è ancora poco percorribile almeno in completa sicurezza.

 

L’Angola ricca a nord est  ed a sud di minerali, gemme e petrolio che potrebbero rappresentare risorse vitali per la popolazione locale, presenti, però, in aree ad elevato pericolo per la presenza di mine ed  ERW.

 

Paesi a cui sicuramente potrebbero aggiungersene molti altri, alcuni anche ai margini dell’Europa destinati un giorno ad ospitare potenziali linee di comunicazione ad elevato potenziale protese verso l’Asia Centrale e l’estremo oriente o geograficamente collocate per essere scelte come linee di transito delle pipeline necessarie al trasporto delle risorse energetiche verso l’occidente.

 

Altre possibili insidie

Le mine e le bombe cluster sono i maggiori elementi che induco un “inquinamento attivo” in un territorio dove è avvenuta una battaglia, ma non sono i soli ordigni bellici che possono provocare vittime fra la popolazione civile. In una guerra moderna, infatti, i sistemi d'arma impiegati sono diversi. Questo comporta un macroscopico inquinamento delle zone del conflitto ed è ricorrente il ritrovamento di oggetti non esplosi come bombe d'aereo, missili contro carro, bombe a mano e da mortaio, e quanto altro fa parte degli arsenali militari.

Peraltro, quando la battaglia è stata condotta senza la contrapposizione fisica delle truppe, aumenta il numero degli ordigni rimasti inesplosi sul suolo. Infatti, le truppe costrette a subire improvvisi ed incalzanti bombardamenti aerei o missilistici, difficilmente riescono a controllare la risposta al fuoco e, il più delle volte, reagiscono d’istinto e affrettatamente, con il rischio che i missili e i colpi di artiglieria sparati non funzionino e cadano al suolo senza esplodere.

Questo materiale è destinato a non essere più recuperato e il territorio diventa un immenso deposito sconosciuto e incontrollato di ordigni letali che potrà essere scoperto solo dopo che un'esplosione casuale abbia provocato morti..

Ma non solo gli ERW rappresentano un pericolo. In molte realtà ad essi si aggiungono dispositivi non meglio identificati, generalizzati come “trappole esplosive”.

I "trappolamenti" sono l'insidia forse più crudele che combattenti spregiudicati possono lasciarsi alle spalle. Si tratta di ordigni, dissimulati da oggetti di uso comune, come apparecchi radio, scatole di scarpe e finanche bambole od altri giocattoli, predisposti per esplodere se toccati o anche solo avvicinati.

Dopo un periodo di massimo impiego degli ordigni per trappole esplosive (Improvised Explosive Device - IED) da parte dei sovietici durante l’invasione dell’Afghanistan, gli ordigni improvvisati avevano lasciato gli scenari dei campi di battaglia per ritornare improvvisamente alla ribalta dopo la cacciata dei Talebani dall’Afghanistan ed in Iraq dalla fine della guerra ad oggi.

Dispositivi di difficile individuazione e neutralizzazione che colpiscono a morte chiunque ne impatti.

 

 

La geografia dell’inquinamento da ERW

 

I paesi colpiti

Ad oggi si può affermare che nel mondo ci sono almeno 90 Paesi “affected” dal problema. Una media nel mondo destinata sicuramente a salire dopo i recenti avvenimenti bellici in Libano e nella striscia di Gaza. .

Per alcuni paesi europei fra cui l’Italia la  minaccia rappresentata da mine e da altri ordigni non esplosi è, ormai,  una trascurabile eredità delle due guerre mondiali, anche se la presenza di ERW è ancora significativa se si considera che ogni anno vengono effettuate campagne di bonifica su  vaste aree destinate a sviluppo infrastrutturale e non meno di 1500-1800 interventi a chiamata.

Dieci paesi (Afghanistan, Angola, Bosnia Herzegovina, Cambogia, Croazia, Eritrea, Iraq - Kurdistan, Mozambico, Somalia e Sudan) totalizzano circa la metà di tutte le mine posate nel mondo, ai quali si devono aggiungere tutti quelli che nel corso degli anno hanno ospitato ed ospitano ancora scontri armati di vaste proporzioni con il coinvolgimento anche di organizzazioni sub statuali.

Peraltro, proprio la presenza di queste organizzazioni fra i belligeranti incrementa di molto il problema dell’inquinamento da ERW e lo complica in quanto nella maggior parte dei casi si ha una grossa diffusione di ordigni artigianali e di IED.

 

Un enigma insolubile: il numero delle mine

Il numero di mine prodotte è enorme. Si stima che circa 240 milioni di mine antipersona siano ancora immagazzinate negli arsenali di un centinaio di paesi. Per citare qualche numero significativo, Cina con 110 milioni, Russia 60-70, Stati Uniti 11,2, Ucraina 6,4, Pakistan 6, India 4-5, Bielorussia 4,5.

Se ancora siano tutte nei magazzini delle potenze produttrici e quante invece ne siano state utilizzate è difficile quantificarlo. Una prima valutazione delle mine antipersona effettuata subito dopo la sottoscrizione del Trattato di Ottawa variava tra i 60 e 100 milioni di unità.

Un numero che nel tempo è stato ridimensionato sia per le attività di bonifica svolte ed in corso di sviluppo anche se la quantità è oggi incrementata dalla presenza di Bombe a Grappolo ancora attive e dalle migliaia di Ordigni Bellici rimasti non esplosi dopo essere stati “sparati” durante i conflitti. 

In ogni caso, la quantificazione numerica non è un dato significativo preso in valore assoluto. E’, piuttosto, un elemento importante per connotare le dimensioni di  un problema che induce comunque una preoccupazione costante nella popolazione, indotta dalla minaccia latente rappresentata dalla presenza di ERW.

 

Una percezione della minaccia che incute terrore e che limita qualsiasi iniziativa od attività.

 

La ricaduta negativa sulle macroeconomie locali

 Le mine laddove siano state utilizzate da formazioni sub statuali con tecniche indiscriminate e per scopi più terroristici che militari propriamente detti, generalmente vengono posate per rendere inaccessibili fonti energetiche e risorse idriche. Nel post bellico, quindi, viene ridotta e rallentata qualsiasi possibilità di rilancio macroeconomico locale per carenza di energia e di fonti primari e per la sopravvivenza e lo sviluppo agricolo.

Alla stessa stregua la presenza di mine ed ERW rende più difficile qualsiasi iniziativa di costruzione e ricostruzione, allontanando nel tempo investimenti internazionali e la presenza di strutture internazionali interessate alla captazione di risorse naturali locali, primo fra tutte il petrolio.

L'assenza di rilevazioni statistiche accurate ed ufficiali rende impossibile una valutazione complessiva dei danni economici e sociali indotti, ma è lecito supporre che essi sono elevati e talvolta determinanti anche ai fini di una stabilizzazione duratura di una specifica area geografica.

Il danno di macroeconomia ha ricadute assolutamente negative anche sulle condizioni sociali e culturali di un paese e sulla stessa stabilità interna in quanto le tensioni causate dalla presenza di mine, la continua serie di vittime, anche dopo la fine della guerra, rappresentano gravi ostacoli verso la riconciliazione tra le parti e la ripresa di fiducia verso i governi.

 

In sintesi, quindi, la presenza di questo pericolo specifico rappresenta un vincolo  per qualsiasi iniziativa di sviluppo immediato e futuro delle realtà sociali afflitte dal problema che deve affrontato di volta in volta con immediatezza a premessa di qualsiasi altra iniziativa a favore della Nazione sul cui territorio sono presenti ERW.

 

L’Italia ha sempre rappresentato un punto di riferimento per le attività specifiche soprattutto sul piano operativo non solo  orientato ad operare sul campo nella ricerca e distruzione degli ERW. Piuttosto anche  una sapiente attività di Capacity Building che nel tempo quasi a seguire i risultati italiani raggiunti nel 1989 con l’Operation Salam, ha permesso che realtà locali si strutturassero e fossero almeno potenzialmente in grado di agire in maniera autonoma ed efficace.

I risultati raggiunti sono stati sicuramente significativi ed apprezzati sul piano nazionale ed internazionale. Quantificarli  quantitativamente in un settore specifico e particolare come quello della Mine Action potrebbe portare a citare numeri di fatto poco significativi se avulsi dalle realtà locali rappresentate dalle popolazioni beneficiarie degli interventi.

 

 Un lavoro silente che sicuramente ha portato risultati positivi non solo nel settore della bonifica propriamente detta ma anche in altre branche in cui possono ricadere - immediatamente dopo un conflitto armato - gli effetti delle attività di Mine Action. Primi fra tutti il settore della “Security Sector Reform (SSR)” e della “Disarmement, Demobilizazion and Reintegration (DDR)”, essenziali nel quadro di iniziative attuate per la prevenzione dei conflitti.

 

 

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