RISCHI AMBIENTALI IN AREE DI CRISI

 

Gran parte delle aree geografiche del mondo che possono destare interesse umanitario, scientifico ed imprenditoriale fanno parte di una fascia a “rischio ambientale” determinato da realtà legate a possibili vicende belliche di lungo periodo e/o a condizioni socio economiche contingenti destinate a rappresentare modelli pericolosi ai fini della sicurezza in generale.  In queste zone operano,  e sempre di più saranno  chiamati  ad operare, per scopi umanitari e per interessi imprenditoriali,  dipendenti  della Cooperazione Internazionale (istituzionali e della società civile), tecnici e maestranze di imprese industriali, volontari della CRI e della Protezione Civile, studiosi e storici del mondo universitario, giornalisti, ecc.

 Professionisti spinti da motivazioni ed interessi di varia natura, ma che impongono comunque di muoversi sul territorio e di entrare in contatto con la realtà locale, convivendovi pur spesso non conoscendola a fondo, con grave rischio per la sicurezza dei singoli e delle loro organizzazioni.

 E’ ormai una realtà, infatti, che gli interventi in soccorso a popolazioni colpite da calamità naturali, l’aiuto umanitario posto in essere dalle ONG, dalla Croce Rossa e dalle strutture di volontariato nazionale, la ricerca di materie prime, la realizzazione di progetti infrastrutturali di valore strategico (strade, ponti, acquedotti, linee elettriche ed altro), gli stessi itinerari turistici, sono  indirizzati (e continueranno ad esserlo di più in futuro) verso aree del mondo a rischio per instabilità politica e per la presenza di organizzazioni “sub statuali” anche malavitose. Tali aree sono  spesso “inquinate” da residuati bellici ancora attivi (ordigni non esplosi, trappole esplosive, mine e altri materiali pericolosi). 

In sintesi, si tratta spesso di parti del mondo bisognose dell’aiuto internazionale  portato da  personale in massima parte volontario e/o poco preparato ad affrontare le condizioni locali di instabilità e di pericolo. 

 Quasi sempre, chi entra in questi Paesi non conosce la storia pregressa o ne conosce solo alcune parti, non sa gestire in modo efficace la propria sicurezza, non sa come convivere con i pericoli indotti dal rischio ambientale senza correre rischi inutili, non in ultimo quello sanitario.

 Situazioni che se precipitano sono destinate ad incidere negativamente sui singoli e sulle organizzazioni di cui fanno parte siano esse private, non governative e/o istituzionali e con altrettanto ricaduta negativa in termini di immagine e di impegno sulle strutture di sicurezza dello Stato.

 Rischi che non possono essere annullati,  ma che è possibile prevenire abbassando a priori il livello di  aleatorietà che spesso contraddistingue il comportamento dei singoli, fonte primaria di qualsiasi problema, affidandosi ad analisi ed attività di formazione mirata. Tutte iniziative preventive, da sviluppare con un approccio generale,  ma modulare e modulabile,  per renderlo rapidamente aderente alle contingenze del momento e dei luoghi specifici.

 La tipologia e la gravità di questi rischi è ormai nota a tutti perché introdotta in tutte le case dall’informazione quotidiana che narra di vicende, talvolta concluse in modo tragico, che hanno coinvolto nostri connazionali presenti a vario titolo in aree a rischio (soprattutto in Afghanistan, Iraq, Somalia, Nigeria).

Primi fra tutti gli operatori umanitari, i professionisti dell’informazione ed i volontari destinati ad intervenire all’emergenza. Costoro sono quasi sempre esposti ad un  rischio immediato in quanto destinati ad entrare in contatto diretto con le realtà più difficili, sia ambientali e sia oggettive. Situazioni che molto spesso costringono grosse organizzazioni, generalmente ONG,   dopo decine di anni di impegno in determinati Paesi,  a ripiegare a causa dell’assassinio o del rapimento di loro personale. Decisioni ricorrenti come avvenuto, ad esempio, per International Rescue Committee in Afghanistan, per Action contre la faim  in  Sri Lanka e per  Medecins sans frontieres  in Somalia.

 Peraltro, le situazioni a rischio sono in crescita in particolari aree, come sta avvenendo in Afghanistan dove, come dimostra un rapporto di Overseas Development Institute, nel periodo 2003-2007 la media annuale degli attacchi è praticamente raddoppiata,  passando a 76 casi a fronte di 35 avvenite nei cinque anni precedenti.

 

 

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