LA  TALEBANIZZAZIONE DEL PAKISTAN.

UNA IPOTESI OD UNA REALTA’ CONSOLIDATA ?

 
 

- Fernando TERMENTINI -

(mail@fernandotermentini.it - fernando.termentini@poste.it -

 

 

Il processo di destabilizzazione in corso in Pakistan non è sicuramente voluto per sconvolgere l’assetto politico del Paese. Piuttosto è un’azione strutturata che ha come obiettivo la particolare area geografica del Centro Asia e che ricorda molto quanto avveniva sempre in Pakistan nella primavera -  estate del 1989.

 Il tutto ha avuto un’improvvisa accelerazione dopo le ultime elezioni da quando  Pervez Musharraf non è più Presidente e da quando le azioni militari nelle Aree Tribali al confine con l’Afghanistan hanno subito un repentino rallentamento in cambio della promessa dei Signori della Guerra afgani di non ospitare più stranieri e di non agevolare gli appartenenti ad Al Qaeda rifugiati e protetti in quelle regioni.

 Un tentativo voluto forse per aprire un negoziato con il Mullah Omar e con la componente principale della nomenclatura di Al Qaeda con lo scopo di contenere i rischi di una strisciante affermazione in Pakistan del fondamentalismo,   iniziata subito dopo l’inizio della guerra contro i Talebani.

 Un disegno politico che, però, è stato vanificato dalla realtà. Il “fenomeno talebano”, infatti, invece di diminuire in Pakistan si sta allargando ed ormai ha superato la fascia delle Aree Tribali ben oltre il Waziristan. I potere dei Mullah cresce giorno dopo giorno a Karachi ed in particolare a Peshawar, nota residenza di molti esponenti o anche solo simpatizzanti di Al Qaeda,  

 Una situazione che ormai dilaga in tutto il Paese, da ovest ad est, raggiungendo anche luoghi isolati, aree politicamente felici, come la splendida e pittoresca Swat Valley che hanno richiamato improvvisamente l’interesse militare delle Forze Armate pakistane. Segnali incontrovertibili di una presenza radicata di elementi fondamentalisti, come l’improvvisa comparsa nel  villaggio di Matta di cartelli che definiscono la zona “Taliban Station”. La stessa cosa nel villaggio di Kabal ed in altri nove dei dodici distretti dell'oasi naturale a soli 100 chilometri dalla Capitale Islamabad.   

 Non solo iniziative pubblicitarie più o meno pittoresche, ma anche la costrizione sulle donne affinché indossino il burca e l’imposizione per gli uomini di farsi crescere la barba. Scene che chi conosce quelle aree ha già visto verificarsi all’inizio degli anni ’90 a Kabul e che rappresentano un significativo ed importante segnale sul possibile controllo del territorio da parte di componenti fondamentaliste.

 Un processo politico e cambiamenti reali che non possono e non devono essere sottovalutati, altrimenti la lotta contro il terrorismo internazionale potrebbe sfuggire di mano e vanificare lo sforzo economico ed di vite umane che le Truppe della NATO stanno afdfrontando in Afghanistan. Un risultato negativo che si aggiungerebbe agli altri che sono avvenuti  nel tempo nella stessa area geografica, quando negli anni ’80m quando l’intelligence pakistano (ISI) e la CIA favorirono la resistenza afgana contro l’invasore sovietico,  agevolando indirettamente l’avvento al potere dei Talebani.  

 Peraltro,  per tradizione, cultura e precedenti storici il Pakistan non ha mai rinnegato l’approccio islamico verso il rispetto di precise regole religiose. Piuttosto nel  tempo ha portato a definire il Paese  come  "entità islamica basata su un approccio religioso di stile saudita infarcito di cultura indiana”. Una connotazione rivendicata recentemente e pubblicamente da esponenti pasthum che vivono nelle Aree Tribali pakistane e che ospitano che hanno sempre ospitato scontri armati con centinaia di morti. Controversie ricorrenti come avviene nella Fata (Federally Administered Tribal Areas), in particolare nel Waziristan del Sud, volute dai vari Signori della guerra come l’ex talebano  Mullah Nazir che più volte ha tentato di “cacciare con la forza” decine di rifugiati uzbechi, aprendo il proprio territorio all’Esercito pakistano ed ai  Talebani. Una realtà che viene percepita dalla popolazione pakistana come un tradimento delle antiche regole tribali che fino ad ora hanno  tenuto lontano  Islamabad da quei  territori.

 Malumore e senso di insicurezza che di fatto favorisce il riemergere dei Talebani e l’apertura di nuove alleanze militari come quella dei Pasthun con i combattenti pathan, etnia di antiche tradizioni belliche, e, parallelamente  rafforza i  mullah a discapito dei malik, gli antichi amministratori della Fata, mediatori per eccellenza con il Governo.

 Oggi le vecchie alleanze riemergono,  specialmente dopo le non chiare vicende che hanno caratterizzato le recenti elezioni del Presidente Karzai. Molte connesse agli interessi personali dei Governatori locali piuttosto che dettate  da scelte politiche e spesso “sponsorizzate” dal rivitalizzato ruolo dell’Intelligence pakistana (ISI) che ha vissuto un momento di oscuramento dopo la destabilizzazione dei Talebani in Afghanistan. Un ruolo che i Signori della Guerra delle Aree Tribali hanno sempre contribuito a consolidare e che trova nelle vecchie alleanze il presupposto essenziale per affermarsi. Non bisogna dimenticare, infatti, che  vertici dell’ISI pur essendo cambiati dal lontano 1989, rimangono pur sempre sotto  il controllo diretto del Capo dello Stato. Molti ancora in auge o addirittura passati a mansioni di Governo, aiutarono i mujaheddin afgani nella resistenza contro l'invasore sovietico e naturali originatori degli studenti islamici.

 Peraltro gli stessi afgani ed alcuni gruppi di tradizione talebana vedrebbero di buon occhio una dichiarazione di indipendenza comune – pakistana / afgana  - che renda i due Paesi alleati ma nello stesso tempo staccati da vincoli di alleanza e di sudditanza economica dall’Occidente.

 Se ciò avvenisse si verrebbe a creare un vero e proprio “Emirato islamico” che potrebbe insediarsi a cavallo del confine fra Afghanistan e Pakistan, acquisendo i territori delle Aree Tribali da una e dall’altra parte. Qualcosa sta già avvenendo specialmente nel Warziristyan e nelle aree tribali ad est, dove la popolazione tribale sta di nuovo assumendo il sua assetto tradizionale sul piano politico e per quanto attiene al controllo del territorio e dove le “madrasse” si stanno riaffermando dopo un periodo di relativo oscurantismo.

Un ritorno al passato per avviare un califfato moderno dove non sarà proibito ascoltare musica come durante l'oscurantismo talebano,  ma sarà obbligatorio osservare la legge coranica. Non a caso, recentemente un analista afgano ha affermato che il nazionalismo dei Pasthum potrebbe rappresentare il baluardo più efficace contro ogni forma di separatismo ma nello stesso tempo potrebbe anche aiutare il radicarsi di un fondamentalismo esteso nella Regione. Un processo che, peraltro, favorirebbe l’antica aspirazione dei Pasthum pakistani ed afgani. Un ricongiungimento per rappresentare un centro di gravità nella regione ed annullare la linea confinaria di Durand.

 Ipotesi che trovano riscontro anche da quanto affermato da un famoso professore della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Kabul – Moahammed Ismael Yoon – che ha espresso la preoccupazione che gli armamenti nucleari del Pakistan possano arrivare alla portata degli estremisti che l’economia afgana rimanga dipendente dai traffici che avvengono attraverso il confine pakistano. Questo renderebbe il Pakistan molto più debole e faciliterebbe l’affrancamento in Pakistan delle fazioni  talebane ancora vive ed operative nel sud dell’Afghanistan.

 L’insurrezione estremistica è quindi strisciante ed in crescita. Se esplodesse difficilmente potrebbe essere contenuta dall’Esercito pakistano e dalle Forze di Polizia, carenti in equipaggiamenti ed in expertise.

 Una cosa è certa,  se il Pakistan sprofondasse  nel caos, la guerra in Afghanistan - di fatto mai finita - potrebbe diventare un rogo in grado di innescare incendi lontani, coinvolgendo tutto il Centro Asia ed estendendosi ad Occidente.

 

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